biografo

Se vuoi conoscere il mio stile, ecco un capitolo tratto dalla biografia della famiglia Botolini di Lanciano (Ch).

NICOLA: LA VOCAZIONE NECESSARIA

 

Mentre la maggior parte degli uomini si perde tra mille interessi, cambia continuamente idea, stravolge le proprie ambizioni e i progetti, esiste una minoranza di eletti che vive, ama e lavora con gioia. A loro pensava Carl Gustav Jung quando scrisse che “noi contiamo qualcosa solo in virtù dell'essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata”.
Questo tipo speciale d'essenza, o di predisposizione verso un particolare modo di costruire il proprio successo, si percepisce attraverso l’intuizione, o meglio, chiamando in causa quella sensibilità mitica evocata da James Hillman nel ‘Codice dell’anima’: una sensibilità dell'intelletto, che ci consente di entrare in contatto con lo spirito vivificante che influenza e determina le nostre vite.
Nel raccontare la storia del giovane Nicola Botolini non si può prescindere dal fatto che egli porta un nome impegnativo, quello del fondatore della tipografia. È un nome che richiede coraggio e intraprendenza, e che, insieme all'ereditarietà e all'ambiente, è in grado di spiegare la forma compiuta di un destino. Facile dunque immaginare la vita di Nicola come una corsa su una prevedibile autostrada, un viaggio lungo gli itinerari tracciati dal nonno e dal padre, con l'aggiunta di qualche non indifferente trofeo: ottimi studi, un matrimonio felice, un lavoro prestigioso nell'azienda di famiglia. Una vocazione necessaria, insomma, una sorta di Moira pagana, con gli dei che avevano stabilito per lui il compito da svolgere e la porzione di gloria che l'aspettava. 
Eppure, fin dalla prima adolescenza, fu chiaro che quell'ineluttabilità era destinata ad essere a lungo rimandata, elusa, completamente persa di vista. 
Non ci volle molto perché Nicolino capisse che la scuola non era il luogo dove la sua vocazione poteva manifestarsi. Dopo le medie, si era iscritto a Ragioneria, ma quegli studi non erano sufficienti a liberarlo dai gorghi e dalle secche di una mancanza di senso. A detta dei suoi insegnanti, il ragazzo era ingegnoso e dotato di un'intelligenza analitica perfino superiore a quella di molti compagni, ma risultava profondamente demotivato.
Sicuramente la speranza di suo padre era di vederlo finalmente contento. E tra una cena apparecchiata su un tavolo di lavoro e una notte insonne trascorsa a perfezionare una stampa, Michele si aggrappava con forza all'idea che, presto o tardi, quel figlio così apparentemente irresoluto, avrebbe sentito lo stesso suo bisogno pressante e improvviso di dedicarsi a qualcosa con soddisfazione, con il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo. 
Sempre più frequentemente, Michele pensava al suo passato di venditore: durante quegli anni trascorsi a far su e giù tra i monti, mai una volta suo padre gli aveva imposto di mollare tutto per lavorare in tipografia. E lo stesso avrebbe fatto lui, lasciando che Nicola trovasse da solo la sua strada, liberamente e prendendosi tutto il tempo che gli occorreva. 
Michele provava per quel figlio un sentimento fortissimo, e poiché era convinto che il ragazzo prometteva molto più di quanto i suoi risultati scolastici lasciavano supporre, non perdeva occasione di esternare la sua preoccupazione.
Un giorno, durante un convegno, sentì alcuni colleghi che parlavano con entusiasmo di una scuola di arti grafiche, specializzata nella formazione di giovani sia attraverso lezioni teoriche che pratiche; ciò che lo colpì maggiormente fu la presenza di un laboratorio altamente professionale che consentiva un reale avviamento al lavoro.
L'Istituto Aldini-Valeriani, allora come oggi, si trovava alla periferia di Bologna e godeva di un'ottima reputazione, derivando dalle gloriose Scuole Tecniche Bolognesi, istituite dal Comune nel 1844, a seguito dei lasciti testamentari del fisico Giovanni Aldini e dell’economista Luigi Valeriani. 
In particolare, l'area grafica poteva contare su un moderno patrimonio di attrezzature che permettevano di acquisire tecniche indispensabili per apportare innovazioni all'interno di una tipografia.
Michele Botolini è sempre stato un uomo di svelte intuizioni, di mosse vincenti prodotte in un tempo brevissimo. E non ci mise molto a capire che quello era il luogo adatto per suo figlio. 
Alla riapertura delle scuole, Nicola si ritrovò a Bologna, ospite dell'Istituto San Tommaso d’Aquino, un collegio retto dai domenicani e frequentato da persone benestanti.
Quando salì per la prima volta sul 27b che l’avrebbe portato in via di Corticella, fino alla fermata ‘Istituto Aldini’, Nicola era poco più che un ragazzo, ma chiedeva molto a se stesso. Innanzitutto, una passione, uno scopo infiammante che lo spingesse a fare, a crescere. 
Avendo suo padre come punto di riferimento, Nicola si era sempre sentito obbligato a ottenere il meglio. Per un ragazzo non è facile. Se hai un genitore di successo non sai mai qual è il modo migliore per realizzarti. Imitarlo o dedicarsi a qualcosa di completamente diverso? Per lungo tempo, aveva respinto l'idea di lavorare in tipografia, ma poi… non era accaduto lo stesso a suo padre? Forse un diploma di ‘Tecnico delle Industrie Grafiche’ non avrebbe reso irreversibile la trama del suo destino. O forse sì.
Per non deludere ancora una volta i suoi genitori, Nicola capì che bisognava innanzitutto entrare in sintonia con la sua nuova città. Viverla a fondo e istituire legami con la gente del posto. In una parola: integrarsi.
In quegli anni, Bologna stava vivendo profonde trasformazioni. Non era più la città delle piccole gallerie d’arte, dei concerti e delle feste nelle case del popolo. Tre anni prima, il 12 giugno 1983, una critica d'arte, Francesca Alinovi, era stata uccisa con quarantasette pugnalate in corpo. Il giudice istruttore Daniela Magagnoli, che coordinava le indagini, individuò l’assassino in un giovane pittore di Pescara, Francesco Ciancabilla, che il 3 dicembre 1986, dopo un primo processo che l’aveva visto assolto per insufficienza di prove, venne condannato in appello a quindici anni di reclusione. 
Il ‘caso Alinovi’ fece risaltare la faccia torbida e oscura di Bologna, quell'anima inquieta che l'avrebbe fatta diventare il palcoscenico di storie dure e sconcertanti sussulti d’odio, come avverrà con i delitti della Uno bianca.
Nessuno ha descritto il fascino ambiguo di Bologna meglio di Carlo Lucarelli: “Freddo polare d’inverno e caldo tropicale d'estate. Comune rosso, per tanti anni, e cooperative miliardarie. Efficienza e gioia di vivere. Musei e supermercati. Sovversivi e cardinali. Tortellini e Bambini di Satana… Questa città non è quello che sembra. Sembra una cittadina di provincia addormentata in un sonno medievale e invece è una piccola Los Angeles illuminata e grande come tutta una regione”.
Eppure, anche se queste contraddizioni erano fin troppo evidenti, Nicola non avrebbe mai potuto coglierle, poiché tutto in lui era teso a valorizzare gli aspetti positivi di un'esperienza che doveva obbligatoriamente portarlo a dare un senso alla propria vita.
Di quel periodo, Nicola ricorda una città squisitamente provinciale, dov'era possibile passeggiare tranquillamente di notte, chiacchierare con uno sconosciuto e incontrarlo per caso il giorno dopo. Un posto di gente che faceva dell'ottimismo una bandiera, e anche nelle notti più nere, quelle che seguirono la bomba alla stazione, aveva saputo mantenersi forte e speranzosa. 
Una Bologna fantastica, irreale? Nient'affatto.
Se consideriamo la rapidità con la quale il giovane Nicola riuscì a convertire l'indolenza in determinazione, non possiamo fare a meno di attribuire grande merito alla spinta vitale che il nuovo ambiente era stato in grado di dargli. 
Lui per primo si chiedeva come fosse riuscito a innamorarsi dello studio. Gli sembrava incredibile, e la cosa che più lo gratificava era il fatto di suscitare ammirazione in quei compagni che non avevano mai frequentato l'ambiente di una tipografia. Con le attività di laboratorio, gli era anche rinato l'interesse per i fiabeschi mostri di metallo che tante volte, da bambino, aveva visto sputare carta e urlare tutto il giorno.
Ora Nicola poteva dirsi felice. Ma un nuovo e coinvolgente cambiamento l'attendeva: il 10 marzo 1987 conobbe Barbara Montanari, un'arredatrice d'interni che diventerà sua moglie.
D'un tratto, lui che fino allora aveva avuto un'idea piuttosto pessimistica dell’amore, si scoprì confuso e sorprendentemente felice di rinunciare a qualche ora di studio per stare con una ragazza che giungeva come un dono, e con dolcezza lo strappava al dritto mondo dei suoi riti quotidiani, a quel purgatorio infinito che è la vita dei single. 
Nicola e Barbara scoprirono insieme l'amore, il suo tempo dilatato, la gioiosa ottusità. Bastavano due tazze di caffè e, dimentichi del tempo, i due cominciavano a conversare, mano nella mano sotto i portici, o a volte, più semplicemente, passeggiavano e restavano in silenzio, senza fare altro che sorridere e pensare a quante cose avevano in comune. 
Come dominarsi, come saper essere padroni di sé, quando la ragione si piega al sentimento?
I frati del collegio, tuttavia, non solo si mostravano insensibili a qualunque struggimento, ma avevano fissato un limite al rientro: a mezzanotte in punto bisognava aver varcato il portone d'ingresso. Pochi minuti di ritardo e si passava la notte all'addiaccio. Tante volte Nicola si ritrovò costretto a dormire in macchina, finché un giorno, stanco d’attorcersi ai sedili di una Golf, prese la decisione di cercarsi un appartamento. 
Due cuori e una capanna… non è questo il sogno degli amanti? Il tepore di una stufa, una parola sussurrata, una carezza, la gioia di due corpi che non temono occhi indiscreti. 
Allora succede che le ore si allungano di colpo, scivolando lentamente fino al mattino…
Poi, è chiaro, l'amore lo si legge sulle facce assonnate, negli sguardi un tantino assenti, ma che importa? Innamorarsi è uno schiaffo al conformismo: bisogna procedere verso l’alto, approfittare di quel senso di sicurezza che ci rende capaci di plasmare il proprio destino. 
Nicola e Barbara cominciarono a pensare a una vita insieme. Non li frenava l'incertezza del futuro, né il fatto che lui, probabilmente, sarebbe tornato a Lanciano, tra le macchine di quell'azienda che, sotto la spinta innovatrice di Michele, stava crescendo in fatturato e dipendenti. 
In quei giorni, e negli anni che precedettero il conseguimento del diploma, decine di progetti saltarono in mente uno dopo l'altro. Idee contrastanti, poiché anche rimanere a Bologna sembrava un'ottima scelta. Tra le migliaia di piccole imprese che ne costituivano il tessuto industriale, Nicola avrebbe facilmente trovato lavoro.
Gli insegnanti, i compagni di scuola e i tanti amici bolognesi erano quasi unanimi nel ritenere azzardato il ritorno a Lanciano. 
Suo padre lasciava che i dubbi lo spremessero fino in fondo, rifiutandosi, ancora una volta, di scegliere per lui. In cuor suo, com'è ovvio, desiderava che il figlio seguisse le sue orme, ma in caso di scelta contraria, gli promise di aprire una succursale bolognese della tipografia, un'eventualità non peregrina e motivata dal fatto che la città felsinea era il crocevia del commercio tra le regioni del nord e quelle centro-meridionali.
Per mesi Nicola si chiese quale fosse la decisione da prendere, ripetendosi di volta in volta: “Bologna mi ha fatto amare lo studio, regalandomi la convinzione che se voglio ottenere qualcosa devo far leva su me stesso; qui sono stato in grado d'interrompere quell'atteggiamento negativo con cui affrontavo ogni sfida personale. Perché mollare tutto e ricominciare daccapo?”
Queste indecisioni caratterizzavano anche il rapporto con Barbara. Nicola arrivò a dubitare che una ragazza cresciuta in città si sarebbe ambientata nella piccola Lanciano. Dopo l'ultimo anno di studi, la condizione dominante fu la totale incertezza: lui era tornato a vivere con i genitori, con l'idea precisa di scoprire se la lontananza avrebbe raffreddato i suoi sentimenti. Lei rimaneva a Bologna, lasciando al tempo la difficile misura dell'amore. Poi, quando l'affetto e il desiderio si mostrarono più forti della distanza, la scelta lungamente repressa divenne inevitabile. Nicola e Barbara si trasferirono a Lanciano, e nel settembre del 1993, si sposarono. Due anni dopo, era ancora settembre, nacque Giulia, la primogenita, mentre nel giugno del 1998 fu la volta di Elisa. Oggi, le due bambine sono le uniche eredi dell’opera iniziata dal bisnonno.
Intanto, già dal 1991, Nicola era stato assunto nella tipografia di famiglia, dove aveva avuto l'occasione di applicare le conoscenze apprese nei cinque anni precedenti. 
All'inizio fu una sfida: a chi ancora lo vedeva come il figlio del padrone, e a stento digeriva i suoi pareri, e a chi aspettava un altro Michele, una persona che si è sempre data totalmente all'azienda, lavorando per sé e per gli altri. 
Nicola scelse d'essere diverso, cominciando a dividere i compiti, chiedendo responsabilità e coscienza a ogni dipendente, e pretendendo un amore per la causa che non tutti erano in grado di offrire. Nonostante il suo ruolo fosse quello del perito grafico, non rifiutò di sottoporsi a una gavetta, cominciando ad occuparsi dei trasporti e partecipando volentieri al lavoro fisico.
Ai Botolini è sempre piaciuto pensare che la proprietà si debba vivere in trincea, non dietro la scrivania. Michele e Nicola appartengono a quella genia d'imprenditori per i quali l'ora di chiusura non arriva mai. Ancora oggi è facile incontrarli in produzione, a lavorare accanto ai dipendenti.

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